Un’intervista con Roberto Bonino – Parte 1

Un’intervista con Roberto Bonino – Parte 1

Un’intervista con Roberto Bonino – parte 1

sartoria 1Sono al primo piano del numero 14 di Via XX Settembre, sede della storica Camiceria Bonino, che aspetto Roberto per la nostra intervista. E’ qualche minuto in ritardo a causa di una delle sue grandi passioni, le auto storiche, mi dice la sorella Elisa. Quando arriva, impeccabile nella sua giacca doppiopetto chiusa soltanto dal bottone interno, mi stringe la mano calorosamente e mi mette subito a mio agio.

Sbriga velocemente un paio di faccende in sartoria, dove le due sarte Maria e Stefanica lavorano incessantemente, e si dedica a me. Passiamo nell’altra sala, quella che affaccia su una delle vie principali dello shopping genovesi. E’ un ambiente estremamente elegante, che sa di tradizione, con capi appesi qua e là ed una serie interminabile di tessuti tra cui scegliere per la prossima creazione. Sul manichino c’è un panciotto con le rifiniture ancora grezze. “Pensavo di lasciarlo così, è contemporaneo” mi dice.

Roberto Bonino, classe ’78, è il titolare dell’omonima sartoria che costituisce un’eccellenza genovese da quasi 90 anni. Insieme alla sorella Elisa gestisce l’eredità del padre Alberto, che ancora è presente in sartoria, e del fondatore prima di lui, il nonno Giuseppe.

Roberto è quello che si potrebbe definire un dandy moderno, lo si percepisce subito. Impeccabile nei suoi abbinamenti all’avanguardia ma allo stesso tempo mai carenti di stile e, cosa ancora più evidente, propriamente personali.

E’ un uomo innamorato del suo lavoro, come non mancherà di ripetermi molte volte nel corso dell’intervista, a cui si dedica anima e corpo. “Non ci può essere futuro nella moda se non capiamo da dove veniamo, quali sono le fondamenta dello stile maschile” afferma, quasi come una constatazione, indicando il libro sulla storia di Ralph Lauren che ha tirato fuori da una pila di coffee books alla fine della nostra lunga chiacchierata, fuori dai microfoni.

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Maria e Stefanica

Ma torniamo all’inizio.

 

Roberto, qual è il primo ricordo che hai collegato a questo posto?

Mi ricordo una catena di montaggio di persone che producevano principalmente camice, ognuno aveva un ruolo ben preciso, una serie di umpa lumpain giacca e cravatta che in qualche modo riuscivano a fare acrobazie incredibili. C’era un movimento incredibile, su e giù dalle scale, e un’atmosfera quasi magica. Giù di sotto le ragazze erano vestite tutte uguali ed erano perfette nella loro organizzazione (inizialmente la sartoria si sviluppava su tre piani, sempre nello stesso storico palazzo, e il laboratorio era in un altro appartamento sullo stesso piano, ndr).

 

E il bambino Roberto cosa pensava di questa atmosfera?

Mi affascinava l’atmosfera “Mary Poppins style”, dove tutto accadeva per un qualche motivo ma non capivo bene come o perché. Il bambino poi percepisce solo la parte più bella, vede la camicia creata, impacchettata e pronta ad uscire. Non riuscivo ancora a capire l’importanza di tutto quello che avviene dietro le quinte.

 

Quanto questo ambiente ti ha condizionato sul tuo stile?

Da bambino, a 5 anni, vedevo entrare i clienti in negozio e non li distinguevo l’uno dall’altro. Erano tutti vestiti uguali. Era l’epoca in cui la gente si vestiva tutta allo stesso modo. Lì ho iniziato a maturare la mia sensibilità estetica. Ci sono state varie fasi, per prima ho avuto la fase in cui, innamorandomi dell’ambiente in cui vivevo, volevo sentirmi parte di quel meccanismo, quindi anche se ero alle medie, andavo a scuola in giacca e cravatta. Ovviamente i compagni di classe, i quali invece vestivano in jeans e giubbotto di pelle, mi deridevano. Poi ho capito che mi stavo associando ad uno standard che non era mio, era di tutti. Avevo necessità di costruirmi un mio stile personale pur mantenendo fermi quei capisaldi dell’abbigliamento maschile che mi erano stati tramandati. Quindi arriva il jeans strappato con il mocassino, la camicia fuori dai pantaloni, un tempo impensabile, il cardigan di cachemire ma con sotto la t-shirt. Ci sono state tante fasi nella mia vita, così come ci sono tante fasi nella vita di ognuno di noi, che poi vengono attraversate con più o meno ribellione, cioè con più o meno voglia di mettersi in gioco.

 

Quando hai deciso che avresti proseguito nella storia sartoriale di famiglia?

Già quando ero piccolino probabilmente, a Natale venivo qui per fare i pacchetti e per fare finta di aiutare, mi piaceva l’ambientazione. Poi mio nonno, che era quello più istrionico e creativo, anche se a modo suo, è mancato, e le cose sono iniziate a cambiare. Quando, un po’ più grande, ho cominciato a venire qui più spesso, la mia prima necessità è stata quella di portare i clienti in laboratorio, se ritenevo la persona capace di valorizzare l’esperienza.

Continua nella prossima parte

Per saperne di più, visita il sito di Bonino 1933, la pagina Instagram o Facebook.

A cura di: Matteo Bruzzo

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