Vivere perché? Ve lo siete mai chiesti?
Ci sono domande che tornano, con il tempo.
Non fanno rumore, ma restano lì, in sottofondo. Una di queste, per me, è: vivere perché?
Negli ultimi tre anni non mi sono fermata quasi mai.
Ho riempito le giornate di cose da fare, persone da sostenere, responsabilità da portare avanti.
Ho camminato, scritto, corso. Ho tenuto insieme la mia casa, ho affrontato cambiamenti importanti nel lavoro, ho cercato di esserci sempre per la mia famiglia, quella di sangue e quella che ho scelto.
Ho provato anche a non perdere le amicizie, a restare presente, a non lasciare indietro pezzi di vita.
E, a un certo punto, ho persino rallentato. Non per stanchezza, ma perché qualcosa — qualcuno — è arrivato a cambiare il ritmo di tutto.
Sei arrivata tu, Sofia.
In pochi giorni mi hai fatto entrare in un mondo che non avevo cercato, e che non avrei mai voluto conoscere così da vicino.
La tua voce, così pacata e dolce, aveva una forza silenziosa. In quasi trenta giorni mi hai trasmesso molto più di quanto si possa spiegare: il senso di ciò che resta, anche quando la vita toglie.
Con te ho capito che si può essere travolti da emozioni che non si sanno nominare, eppure continuare ad andare avanti. Passo dopo passo. Grazie a chi ti sta accanto, ma anche grazie a una forza che nasce dentro, quasi senza chiedere il permesso.
Abbiamo condiviso un tratto di strada difficile, pieno di salite e di strapiombi. Eppure, proprio lì, abbiamo costruito qualcosa di solido. Qualcosa che resta.
Poi arriva un momento che divide tutto: prima e dopo.
Il 19 marzo.
E da qui le parole cambiano. O forse diventano semplicemente più vere.
Cara Sofi, ci sono incontri che non si cercano, ma che ti cambiano per sempre. Tu sei stata uno di quelli.
Abbiamo camminato insieme su un terreno fragile, a volte senza fiato, a volte con una paura che non si riusciva nemmeno a dire. Eppure ci siamo trovate. Capite. Ascoltate davvero.
Il tuo ultimo messaggio, il 18 marzo, è rimasto sospeso in un tempo che non ha più avuto risposta. Poi l’attesa. Un’attesa immobile, senza appigli. Ma dentro di me tu c’eri già.
E ci sei ancora.
E ci sarai.
Abbiamo fatto tanto insieme, più di quanto il tempo avrebbe permesso. Abbiamo dato forma a un’idea, a un sogno: un laboratorio di ricerca che parla di te, che continua ciò che avresti voluto fare. Per chi verrà dopo. Per chi avrà bisogno.
Tu, che avevi già lo sguardo di un medico capace di vedere oltre.
Mi hai chiesto cinque giuramenti. Non tutti sono compiuti, lo so. Ma ogni giorno ci lavoro, con la promessa silenziosa di restare fedele a quello che abbiamo costruito.
Sei stata un dono immenso. Di quelli che arrivano senza preavviso e lasciano un segno che non si cancella. Dopo i miei figli, uno dei più grandi della mia vita.
Continuiamo a camminare insieme, anche se con un ritmo diverso. Io qui, tu altrove. Ma sempre mano nella mano.
Rallenteremo, cambieremo forma, ma non ci fermeremo. Perché quello che hai lasciato — dentro di me, dentro chi ti ha conosciuta — non si spegne.
È vivo. È eterno. Come l’amore che ti ho voluto e continuerai a vivere nei cuori di tutti coloro che impareranno a conoscerti!
E a voi, che mi siete stati accanto — famiglia, amici, compagni di viaggio — dico grazie. Per aver capito anche quando non era facile. Per non avermi lasciata sola.
Stasera mangiamo pizza … ma con tante tantissime olive.
Sono certa che la mangi anche te con Cecino e chissà cosa ti combinerà.
Tua,
Zia Mari


